Per troppo tempo, ci siamo fatti convincere che la crisi globale che stiamo affrontando potesse essere risolta solo mettendo in campo soluzioni complesse e alla portata di pochi eletti.

E se non fosse così? Se, invece, la risposta stesse anche e soprattutto nelle semplici azioni che ognuno di noi può mettere in campo ogni giorno?

Come piccole gocce che si uniscono potremmo formare un’onda di cambiamento in grado di spazzare via quello che abbiamo creato in decenni di consumismo sfrenato e, oltre ad aiutare il Pianeta, potremmo salvare anche noi stessi.

Il consumismo ha effetti a cascata difficili da immaginare

Da questa bizzarra, ma lungimirante idea, nasce la filosofia di RCE: “l’usato può salvare il mondo” o Second Hand Save the World. Un approccio che non solo può apportare un reale cambiamento ma che può essere agevolmente applicato a moltissimi settori ed essere abbracciato da chiunque abbia voglia di cambiare.

Secondo il Global E-Waste Monitor, la popolazione mondiale genera annualmente circa 50 milioni di rifiuti elettronici

con un impatto a cascata che, senza un’opportuna lente di indagine, è difficile cogliere.

Per produrre un oggetto elettronico, infatti, è necessario usare svariati metalli come l’argento – di cui se ne utilizzano circa 7500 tonnellate l’anno solo per produrre componenti elettronici – l’oro e il nickel il cui processo di estrazione ha un impatto ambientale importante. In alcuni paesi, infatti, si utilizza ancora il processo di cianurazione dell’oro, una tecnica che consente di estrarre minerali preziosi da altri di bassa qualità ma che, proprio per la natura altamente velenosa del cianuro, è responsabile di disastri ambientali e inquinamento delle falde acquifere nelle regioni del Pianeta dove viene ancora utilizzata. Una volta estratti i materiali grezzi, questi devono essere poi processati con un grande dispendio di energia e, talvolta, di altre materie prime come il petrolio greggio, utilizzato per la produzione di quella plastica che ricopre spesso i nostri apparecchi elettronici. Non meno importante, infine, l’impatto sociale delle attività estrattive dove, il più delle volte, sono impiegate persone provenienti da paesi non industrializzati e già costrette a vivere in condizioni di povertà e fragilità. 

Ma l’elettronica non è l’unico settore sul banco degli imputati. Tra i principali responsabili del degrado ambientale vi è, infatti, l’industria della moda, guidata dalla cosiddetta fast fashion fatta di prodotti a basso costo ma di durata limitata nel tempo. Secondo un recente rapporto della Ellen MacArthur Foundation, tale settore sarebbe responsabile del 10% delle emissioni a livello mondiale emettendo, ogni anno, 1,7 miliardi di tonnellate di CO2. Si tratta di una quantità superiore a tutti i viaggi aerei e marittimi messi insieme. E, al ritmo attuale, si prevede che le emissioni di gas serra dell’industria della moda aumenteranno del 50% entro il 2030. Numeri che vanno in direzione opposta rispetto a quanto ci chiede di fare la scienza per il bene nostro e del Pianeta, ossia di arrivare allo 0 netto di emissioni entro il 2050.

“Usato è bello”

Riduci, riusa, ricicla. Un motto che ognuno di noi può adottare e che, dati alla mano, ha un impatto strabiliante.

Secondo il rapporto 2017 dell’American Apparel Association, ogni persona che acquista abiti di seconda mano può infatti evitare quasi 300 kg di emissioni di carbonio ogni anno oltre a ridurre la propria impronta di acqua sull’ambiente. Per quanto possa sembrare strano, infatti, ogni prodotto che utilizziamo necessita di un enorme quantitativo di “oro blu”. Un esempio? Per produrre un paio di jeans sono necessari, in media, circa 8200 litri di acqua.

Fortunatamente, l’acquisto di prodotti usati sta diventando un trend in crescita e sempre più persone ne colgono gli aspetti positivi per l’ambiente ma anche per la propria immagine. Si dice spesso, infatti, che “lo scarto di una persona può essere un tesoro per un’altra” e a giudicare dal moltiplicarsi di mercatini dell’usato, swap party (eventi di scambio di oggetti di seconda mano) e piattaforme online che promuovono l’acquisto di oggetti elettronici ricondizionati, sembrerebbe che sia proprio così! Solo in Italia, il 52% delle persone ha recentemente dichiarato di acquistare spesso prodotti di seconda mano che vanno dall’elettronica ai vestiti, dai libri agli oggetti per la casa. Tutto questo si ripercuote positivamente sull’ambiente. Basti pensare che un pc usato consente di risparmiare circa 270 Kg di CO2, una TV 168 Kg e uno smartphone 47kg.

Chi sceglie l’economia dell’usato non solo dona una seconda vita agli oggetti ma ne evita lo smaltimento in discarica, il trasporto e il packaging, contribuendo a diminuire notevolmente le emissioni di CO2 derivanti da tutti questi processi.

A questo si aggiunge la diminuzione delle materie prime estratte, un minor inquinamento di aria, acqua e suolo – derivante, ad esempio, dai prodotti chimici che vengono immessi nei processi di estrazione così come per coltivare le piante usate poi per la produzione di abiti. 

Infine, va considerato l’impatto sociale e il beneficio per l’economia di prossimità. Comprare ai mercati dell’usato, infatti, aiuta molto spesso i mercati locali, dando nuova vita a negozi, quartieri e persone.

Ecco perché noi di RCE crediamo fermamente nella rivoluzione da basso, nel valore delle piccole, grandi azioni in grado di diminuire la nostra impronta sul Pianeta.

E tu, cosa stai aspettando ad essere rivoluzionario insieme a noi?

Fonti:
https://www.smartgreenpost.com/2022/06/05/world-environment-day-second-hand-goods-are-good-for-the-planet/
https://static.schibsted.com/wp-content/uploads/2022/06/07081117/schibsted_second-hand-effect_2022.pdf